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Vaccini, egoismo e guerra tra gli Stati

di Maria Maggiore | il Fatto Quotidiano 18 Maggio 2020

Sembrava di essere al festival dell’Eurovisione: per tre ore Ursula Von der Leyen ha sorriso davanti alla telecamera ringraziando capi di Stato, sovrani, ambasciatori, che sfilavano in video annunciando il loro contributo alla ricerca del vaccino Covid 19. Il 4 maggio scorso è stata la giornata di Ursula. La Commissione europea ha ricevuto 7,4 miliardi di euro da 60 paesi (l’Italia ha promesso 140 milioni), presenti tutti gli europei, molti arabi e persino la Cina. Grande assente l’America di Trump. Poi, alla fine della festa la ciliegina sulla torta. La rockstar Madonna annuncia di offrire 1 milione di dollari in questa corsa contro il tempo. “Il virus ci ha reso tutti uguali, non importa quanto sei ricco, famoso o simpatico, se la barca affonda, affondiamo tutti”, aveva detto Madonna pochi giorni prima in un video postato su Instagram mentre prendeva un bagno in una vasca di latte e petali di rose. La Presidente della Commissione europea non poteva sperare di meglio per chiudere la sua crociata di buoni propositi: “Il mondo è unito contro il coronavirus, vincerà”, ha concluso Von der Leyen.

Che il mondo intero cerchi per la prima volta lo stesso vaccino, in tempi record, è assodato. Ma se resterà unito nel distribuire il vaccino, è molto meno sicuro, perchè lo Stato che avrà per primo un brevetto sul vaccino covid sarà come il vincitore di una guerra, avrà un peso geopolitico sul resto del mondo e cercherà di distribuire la pozione magica prima ai suoi cittadini-elettori.

Solo pochi possono produrre cosi tanto

Fabbricare un vaccino è costoso, molto rischioso perchè il margine di errore è altissimo – intorno al 60% – e finora poco redditizio. Alle grosse industrie farmaceutiche conviene produrre medicinali che servono nel tempo, per malattie croniche o antivirali. Per invertire questa tendenza occorrono colossali finanziamenti pubblici. Il Senato americano ha già approvato, lo scorso 26 marzo, un piano per la ricerca di medicinali covid da 12,4 miliardi di dollari.

Secondo l’ultimo bollettino dell’Oms dell’11 maggio, delle 110 società che stanno cercando il vaccino covid, solo 8 sono passate alla fase di test clinici, sull’uomo. Di queste quattro sono in Cina, due negli Stati Uniti e due in Europa. Da settimane volano i finanziamenti pubblici per spingere le società che hanno i mezzi a mettere l’acceleratore. Investigate-Europe ha provato a contare la montagna di fondi inviati a società private o organismi pubblici. Ma la maggior parte sono tenuti segreti. Impossibile tracciarli. Sappiamo che solo quattro multinazionali saranno poi capaci di produrre le gigantesche dosi necessarie (si parla di 20 miliardi di dosi): la britannica Gsk (GlaxoSmithKline), la francese Sanofi e le americane Merck e Pfizer. “Se si vuole assicurare che i vaccini siano disponibili al prezzo più basso, i governi devono finanziare tutto lo sviluppo del vaccino, altrimenti il settore privato non avrà incentivi a produrli”, dice Reinhilde Veugelers, economista all’Università di Lovanio, autrice per il Think tank Breugel di una proposta su come assicurare che il vaccino covid resti in mani pubbliche. “Ci vuole un hub che coordini l’accesso ai vaccini. L’Ue può farlo. Dovremmo essere sicuri che i progetti finanziati siano poi prodotti con delle licenze gratuite per tutti. Noi non diremo Europe first”.

Il nazionalismo del vaccino

Invece i governi, almeno quelli più avanti nella ricerca, hanno già alzato muri. Il ministro della salute britannico, Matt Hancock, il 23 aprile ha dichiarato che “per qualunque vaccino prodotto nel Regno Unito, i cittadini britannici devono essere i primi della fila”, facendo riferimento alla sperimentazione sugli uomini cominciata lo stesso giorno dallo Jenner Institute per l’Università di Oxford, a cui partecipa la nostra azienda Irbm di Pomezia. Il brevetto poi apparterrà solo alla società britannica che potrà decidere cosa farne.

Ancora più aggressivi gli Stati Uniti, con la loro ormai consueta America First. Il vice Presidente Mike Pense ha illustrato a inizio maggio il programma americano anticovid con l’auspicio “di sviluppare un vaccino per il popolo degli Stati Uniti”. Il programma si chiama Warp Speed e prevede di “riversare risorse essenzialmente illimitate in studi comparativi senza precedenti su animali, prove umane accelerate e produzione”, secondo una fonte citata dal magazine Science. E “di avere 300 milioni di dosi pronte entro il gennaio 2021 di un prodotto collaudato, riservato agli americani”. Non si parla solo di ricerca, ma anche e soprattutto di capacità di produzione.

È la ragione che ha spinto il colosso francese Sanofi a stringere un’alleanza, già da febbraio, con l’autorità pubblica americana Barda e ad annunciare lo scorso 13 maggio che Sanofi produrrà i vaccini prima per gli americani. “Tutti i vaccini saranno prodotti negli Stati Uniti”, ha detto a Investigate-Europe il Ceo di Sanofi, Paul Hudson. Il colosso francese con sede a Parigi ha fatto saltare dalla sedia il presidente francese Emmanuel Macron che offrendo 1,5 miliardi di euro alla raccolta europea del 4 maggio, aveva dichiarato con un grande sorriso: “Il vaccino sarà un bene pubblico mondiale”. Non la pensa così chi deve investire miliardi in macchinari, esperti, tecnologie e forse scoprire dopo qualche mese che il vaccino contro il coronavirus, appena messo in produzione, non è tanto efficace: “Il governo degli Stati Uniti ha il diritto al più grande preordine perché ha investito nell’assunzione del rischio”, ha concluso Hudson.

L’Unione prova a entrare nella gara

Anche la Commissione europea si è gettata nella mischia cercando di piantare le sue bandierine. Il 16 marzo scorso, nell’ansia di mostrare che agiva, la Commissione ha promesso 80 milioni di euro a una sola società privata, la tedesca Curevac, il giorno dopo la rivelazione un giornale tedesco annunciva l’offerta da un miliardo di dollari di Trump per acquistare da Curevac l’esclusività sul vaccino Covid. Notizia poi smentita dalla stessa Curevac. Investigate-Europe ha ricostruito la storia, scoprendo che il dono è in effetti un prestito agevolato della Bei (Banca europei degli investimenti), offerto alla società con sede a Tubingen e, soprattutto, senza condizioni sull’uso del brevetto futuro. Lo stesso per i 5,7 milioni di euro offerti dal programma europeo Horizon2020 a due centri, il Karolinska University Hospital di Stoccolma e un consorzio gestito dall’università di Copenaghen. Ancora una volta i soldi pubblici per la ricerca vengono concessi senza condizioni, in sostanza i gruppi farmaceutici possono godere dei fondi e poi chiedere altri soldi per il pagamento dei vaccini. E spesso il brevetto resta anche segreto. “L’Europa deve assicurarsi che i consumatori non paghino due volte, sotto forma di investimenti per la ricerca e poi ancora per acquistare il vaccino”, spiega Ancel la Santos, dell’Ufficio per la protezione dei consumatori a Bruxelles (Beuc). In realtà il contribuente rischia di pagare addirittura tre volte: per la ricerca, per la produzione del vaccino e poi per il suo consumo.

Un modo per limitare i costi potrebbe essere imporre delle “licenze obbligatorie”, uno strumento previsto dagli accordi commerciali internazionali: in alcuni casi, le autorità nazionali possono autorizzare società o persone diverse dal proprietario del brevetto a utilizzarlo senza il consenso del proprietario. “La licenza obbligatoria è più uno spauracchio che uno strumento reale. Ha la funzione di una minaccia”, spiega l’avvocato Ansgar Ohly, professore di giurisprudenza all’Lmu di Monaco.

A chiudere il quadro dei maggiori player c’è anche la Cina che ha cominciato a studiare il coronavirus con due mesi d’anticipo e quattro sue società stanno già portando avanti test sugli uomini. Gli Usa accusano la Cina di voler usare il vaccino come arma geopolitica, ma secondo il portavoce dell’ambasciata cinese a Bruxelles, le critiche sono infondate: “Abbiamo condivisola sequenza del genoma del virus in tempo da record, la Cina è pronta a lavorare con il resto del mondo accelerando lo sviluppo e la produzione di vaccini e altri prodotti medici per garantire la loro equa distribuzione”.

Oms in crisi, sale il Cepi e Bill domina

In questo caos e anarchia sul prossimo vaccino covid dovrebbe essere l’Organizzazione mondiale della salute (Oms) a gestire il traffico e a imporre regole del gioco trasparenti e universali ai 194 paesi che ne fanno parte. Ma il 14 aprile scorso l’agenzia Onu ha ricevuto un pugno nello stomaco con il ritiro degli Stati Uniti, in aperto contrasto su come l’Oms abbia gestito la pandemia e forse coperto i silenzi cinesi sul reale impatto del coronavirus. Un “crimine contro l’umanità”, ha giudicato questo gesto di Trump il caporedattore della rivista The Lancet, Richard Horton. Ma ormai è un fatto: l’Oms è in profonda crisi, prova ne sia che il programma per la ricerca del vaccino covid, Act Accelerator, sia già moribondo per la mancata adesione di Stati Uniti, Cina, Russia e India. Uscendo di scena gli americani, con il loro generoso budget di mezzo miliardo di dollari all’anno, il primo finanziatore dell’Oms è ormai Bill Gates, il patron di Microsoft, che con la sua Bill and Melinda Gates Foundation, alimenta con 250 milioni all’anno l’agenzia Onu, influenzando campagne e investimenti su medicinali strategici.

Gates è come Blackrock nella finanza

Ha fondato nel 2000 Gavi (The Global Alliance for Vaccines and Immunisation), sostiene molti governi per campagne di prevenzione, per esempio contro la malaria, è tra i sostenitori della nuova emergente agenzia Cepi, che gestirà i fondi raccolti dalla Commissione Ue. Ma al tempo stesso Gates è anche un importante investitore che compra azioni delle maggiori compagnie del big-pharma, quelle che tra l’altro saranno chiamate a fabbricare le dosi di vaccino covid. Nel 2017 il Trust che finanzia la Fondazione ha investito 323 milioni di dollari nel settore farmaceutico. Un palese conflitto d’interessi che nè l’America di Trump, nè l’Europa di Macron e Merkel, riescono ad arginare.