Poi per forza i populisti diventano popolari (Mario Giordano)

di MARIO GIORDANO | LaVerità 16/09/2018

Uno spettro si aggira per l’Europa: la democrazia. Aiuto, qui ci scappa la volontà dei popoli. Possibile? Che i popoli abbiano una volontà? E che vogliano esprimerla? Che vogliano dire la loro? Che vogliano sottrarsi agli ordini del Palazzo (con la maiuscola)? Ma come si permettono? Perché non fanno i bravi? Perché non si mettono a cuccia? Perché non accettano di farsi ancora massacrare in silenzio, o invadere, o distruggere, come è deciso «colà dove si puote»? Perché all’improvviso si sono messi in testa di preferire quelli che li difendono, anziché quelli che difendono le lobby e la finanza? Come osano assecondare il loro spirito di sopravvivenza, anziché continuare a farsi prendere a calci in culo? Nelle stanze importanti, nei piani alti dell’Unione, sono giorni di brividi e paura. Lo spettro della democrazia (questa sconosciuta) si è affacciato alla porta di Bruxelles. E, evidentemente, ha scatenato il panico fra i parrucconi dell’establishment europeo.

Ed è questo che spiega l’escalation di attacchi, i nervi che saltano, la «merde» pestata in lussemburghese, il cannoneggiamento anti Italia di mister fallimento perpetuo Pierre Moscovici, gli avvertimenti di Mario Draghi, l’agitarsi confuso di Cin Cin Juncker, i tentativi imbarazzanti di Emmanuel Macron, che doveva essere il campione della nuova Europa, la risposta definitiva all’avanzata dei populismi, e che invece sta mestamente raschiando il fondo dei sondaggi, oltre che il fondo del barile (vedasi lancio, come arma segreta, del reddito di cittadinanza). Sembrano formiche impazzite di fronte all’arrivo del temporale: si agitano in modo forsennato perché sanno che qualcosa sta per capitare.

I sondaggi, d’altra parte, non lasciano spazio ai dubbi. Ancora ieri, l’ultimo di Demos, pubblicato da Repubblica, parlava di una fiducia record degli italiani nei confronti del governo: 62 per cento, mai successo prima. L’esatto contrario di quello che sta succedendo a Macron. A riflettere questi orientamenti ci pensa, infatti, l’indice di popolarità dei leader. Il premier, Giuseppe Conte, è, infatti, apprezzato dal 61% degli italiani, intervistati da Demos. Appena sopra a Matteo Salvini. Percentuali in costante ascesa, nonostante settimane di attacchi da parte dei vertici europei, della magistratura, dei mezzi d’informazione. E una crescita simile si sta verificando nelle forze cosiddette populiste del resto d’Europa, tanto da far temere che alle prossime elezioni per l’europarlamento, che si terranno nel prossimo maggio, esse potrebbero conquistare la maggioranza dei seggi. È questa la preoccupazione che toglie il sonno nei grattacieli che contano.

Ora, però, c’è un piccolo particolare: a voler mandare in soffitta l’Ue fin qui conosciuta non sono quei due brutti ceffi qualunquisti (Salvini e Di Maio ndr), razzisti e populisti, come vengono descritti. Sono i cittadini europei I quali ne hanno le palle piene dell’Europa dei diktat e dell’austerity, delle leggi Fornero e della Grecia distrutta, dei regali all’alta finanza e dei pensionati massacrati. Inspiegabilmente vorrebbero vivere in un sistema che tutela i loro interessi, anziché quelli delle agenzie di rating: sarà pure un’esigenza assurda, una pretesa folle, una richiesta esagerata, come tendono a raccontarci nei palazzi che contano. Ma a noi non sembra così. E, in ogni caso, è la richiesta che viene dai popoli. Non dai populisti.

Ecco, lo choc che si sta vivendo a Bruxelles all’inizio del lungo periodo che ci porterà alle elezioni, è proprio questo: i populisti sono popolari. Hai voglia a definirli nei peggio modi, hai voglia a scatenare le paure, hai voglia a circondarli con i mostri del passato, hai voglia di richiamare Hitler, Mussolini, le guerre, le stragi, la fine del mondo, le cavallette, l’invasione degli alieni e l’armageddon finale. Niente: quelli continuano a guadagnare consensi. Un giorno dopo l’altro, un Paese dopo l’altro, Italia in testa. Gli europei non ne vegiiono proprio sapere di «fare i bravi», non credono più alle favole, non s’inginocchiano più a recitare la preghierina sotto l’altare dell’Ue. Pare che all’improvviso vogliano, inspiegailmente, decidere con la testa loro.

E allora «colà dove si puote» rischia di diventare «colà dove si poteva». Tremano le cadreghe, vacillano le consorterie, e i principi della fede perdono la testa in pubblico, mentre in privato consultano febbrilmente gli aruspici sacri: che fare? L’Ue non è mai stata un’istituzione democratica, ma ora per la prima volta questa sua contraddizione viene esplicitata in modo evidente e portata alle estreme conseguenze. E nelle prossime settimane quest’Europa dei mandarini potrebbe essere posta davanti a una scelta drammatica: calpestare il voto dei cittadini e dunque rinunciare definitivamente alla democrazia. Oppure rinunciare definitivamente a sé stessa.

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