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L’ascia o raddoppia

di Marco Travaglio | 5 Agosto 2020

Mi unisco al grido di dolore che si leva dalle spiagge di tutta Italia, raccolto da Antonio Padellaro con giusta trepidazione. Dall’Alpi al Lilibeo è tutto un allarme, uno sgomento, un’insonnia per la nuova legge elettorale che sciaguratamente non c’è e per la tirannide contiana che invece purtroppamente c’è (il premier pretende financo di confermare i capi dei servizi segreti, anziché farli nominare da Amadeus e Milly Carlucci, per dire come siamo messi). Ma c’è di più e di peggio, come mi faceva notare ieri mattina la sora Augusta in ciabatte che dava da mangiare ai piccioni a Trastevere: “Adesso non vorranno mica tagliare il numero dei parlamentari, che sono appena un migliaio? Io ne vorrei almeno diecimila! E la democrazia rappresentativa, dove la mettiamo? E poi a me chi mi rappresenta? La prego, lei che può faccia qualcosa contro la deriva populista, antipolitica e antidemocratica. Basta un niente e ci ritroviamo un Orbán e un Bolsonaro a Palazzo Chigi, che poi sarebbe tanto di guadagnato dopo il führer Giuseppi!”.

Attorno a lei, oltre ai piccioni, si è radunata una piccola folla plaudente. Chi recitava a memoria l’ultima intervista di Goffredo Bettini, da queste parti più popolare del fornaio e del pizzicagnolo (“Senza una nuova legge elettorale, dimezzare il numero dei parlamentari può persino diventare pericoloso per il regime democratico”). Chi sventolava l’editoriale di Stefano Folli su Repubblica: “Il pasticcio del referendum”, “disastro incombente”, “operazione temeraria”, “taglio cervellotico”, “un Parlamento a macchia di leopardo, alcune parti d’Italia sono rappresentate più di altre e qualcuna non lo è per nulla”, “Parlamento scardinato nelle sue funzioni istituzionali”, “amputazione fatta per motivi demagogici, per dare una lezione alla ‘casta’”, “scarsa o nulla considerazione della democrazia rappresentativa”, “nel Pd è troppo tardi per cambiare idea, visto che ci si è consegnati al patto di governo con Conte e i 5S”. Chi sbandierava il Buongiorno di Mattia Feltri su La Stampa: “I partiti più piccoli sparirebbero, i parlamentari sarebbero soldatini agli ordini del capo, il governo schiaccerebbe le Camere e farebbe come gli pare più di quanto faccia ora” e i parlamentari passerebbero per “cialtroni, scaldapanche, mangiapane a ufo e pure ladri”. C’era persino un lettore de Il Dubbio, guardato con comprensibile curiosità dagli altri, che declamava un pezzo di Mario Lavia, l’ex Sallusti di Renzi: “Il No al referendum fa proseliti nell’area del centrosinistra”, “la battaglia dei grillini e della destra sensibile alla gran litania dell’anticasta”, “accarezzano gli umori popolari dalla parte del pelo”.

Fortuna che “il ‘carfagnano’ di FI Cangini è fra i leader del comitato per il No assieme al dem Nannicini”, al grande Gori, ma soprattutto – e qui al passante brillavano gli occhi – “a cattolici democratici come Pierluigi Castagnetti”. Al nome Castagnetti, si levava in piazzetta un grido di giubilo, accompagnato da trombette e tricchetracche. Quando poi si apprendeva, sempre dal discepolo di Lavia, che “il manifesto e il Domani, oltre all’Espresso già in battaglia, faranno campagna per il No”, due fra i più giovani accendevano petardi e fuochi d’artificio per una piccola festa di quartiere che rischiava di arrostire un piccione. E diventava assembramento alla notizia che “si opporranno Sabino Cassese, Paola Severino, Angelo Panebianco e Leonardo Becchetti”, ma solo “probabilmente”. “Senza escludere pronunciamenti di peso e fortemente evocativi: Prodi, Arturo Parisi, Claudio Petruccioli, Claudia Mancina” e altri trascinatori di folle, non so se mi spiego. Gli astanti, incuranti della canicola, costituivano lì su due piedi un comitato del No al referendum di settembre.

Io avrei voluto rammentare alcune cosette: di ridurre gli eletti si parla molto autorevolmente da 40 anni; abbiamo le Camere più pletoriche, costose e improduttive d’Europa; molti attuali alfieri del No erano per il Sì alla controriforma Renzi-Boschi-Verdini del 2016 (che tagliava i parlamentari, ma solo al Senato, abolendone l’elettività e riducendolo a una cameretta-dopolavoro per consiglieri regionali e sindaci a mezzo servizio); la democrazia rappresentativa non dipende dal numero di eletti, che sono una convenzione, non le tavole della legge affidate da Dio a Mosè sul Sinai (sennò sarebbero antidemocratici gli Usa, che hanno 435 deputati e 100 senatori col quintuplo e più di abitanti, e la Germania, che ha 172 parlamentari meno e 20 milioni di abitanti più di noi); col taglio di un terzo (da 315+5 senatori a 200+5 e da 630 deputati a 400) avremmo 0,7 deputati ogni 100mila abitanti, in linea con la media dei grandi Paesi d’Europa (1 nel Regno Unito, 0,9 in Germania e Francia, 0,8 in Spagna); l’antipolitica e l’antiparlamentarismo escono indeboliti da una riforma così popolare; l’asservimento degli eletti ai capi-partito dipende dalle leggi elettorali fatte dalle destre (Porcellum), dal Pd (Italicum) e da Pd, FI e Lega (Rosatellum) che riempiono il Parlamento di nominati anziché di eletti e non impongono dimissioni a chi passa da sinistra a destra o viceversa. Ma l’entusiasmo in piazza mi ha contagiato: così ho lanciato l’idea di raddoppiare i parlamentari dagli appena 945+5 a 1890+10. Così la democrazia raddoppia e i problemi dell’Italia si dimezzano. Mi hanno fatto la ola.