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FERRARI LENTA: È QUESTO IL VERO GUAIO (Pino Allievi)

Le montagne russe di certi luna park non sono niente: l’umore della Ferrari passa dal punto più alto a quello più basso in un attimo, senza una logica apparente né un briciolo di coerenza. E, soprattutto, senza una spiegazione plausibile. Nell’arco di due mesi ci si è esaltati per le prestazioni superbe nei test precampionato in Spagna, ci si è abbattuti per il risveglio brusco dell’Australia, si è volati al settimo cielo con la prestazione strepitosa (ma sfortunata) in Bahrain, salvo atterrare in modo brusco sulla pista di Shanghai, dove la Mercedes ha fatto quello che ha voluto, prendendosi persino il lusso – cosa che a un tipo come Massimiliano Allegri non sarebbe piaciuta in quanto giustamente detesta chi irride gli avversari – di effettuare il pit stop dei suoi due piloti nel medesimo giro, l’uno in coda all’altro, operazione piena di rischi, giustificabile per una corsa molto tirata (non lo era) o al contrario molto facile (lo è stata).

Giudicare la Ferrari dalla batosta in Cina significa sconfinare in critiche che si possono fare compiutamente soltanto a fine stagione. Non è il caso, dopo appena tre uscite. Ma c’è comunque molto materiale per la discussione. Il tema più appariscente, dal quale non bisogna farsi sviare, è quello degli ordini di squadra, benché tre richiami in tre gran premi siano tanti. Ieri si è avvertita una forte tensione quando dal box è stato detto a Leclerc, che era terzo, di far passare Vettel. Charles ha obbedito e si è fatto da parte. Ma Seb non è riuscito però a prendere il largo. Non bastasse, il monegasco è stato ulteriormente penalizzato dalla tattica scelta per lui dal team. Di colpo, Leclerc non è apparso più il campioncino spumeggiante di due settimane fa, ma un pilota plafonato dalla macchina almeno quanto il suo compagno che navigava più avanti.

L’aspetto più nascosto della domenica consumata nel primo mercato mondiale dell’auto lo ha evidenziato Vettel a fine gara, quando ha accennato a «velocità» e «telaio» come possibili cause (o concause?) del passo indietro. C’è da augurarsi che si tratti di problemi di adattamento della SF90 al circuito di Shanghai e non, invece, di difetti concettuali della macchina legati all’aerodinamica. La sensazione è che qualcosa sfugga e venga nascosta, forse perché il rimedio è già in lavorazione. Lo speriamo, perché, se le cose andranno male anche nella prossima gara di Baku, su un terreno teoricamente più favorevole alla SF90, ci sarà davvero da preoccuparsi. L’Azerbaigian come crocevia: mai l’avremmo immaginato…

P. Allievi – GdS 15 aprile 2019