Le smentite che confermano (M.Travaglio e S. Feltri)

Noi del Fatto siamo sempre più lusingati nel leggere i continui tentativi di smentire ciò che abbiamo scritto sulla questione dei migranti. Non sospettavamo, davvero, di avere tanta importanza. E proprio perché teniamo molto alla nostra reputazione, che è il nostro unico patrimonio, non possiamo accettare di prenderci dei bugiardi da chi pensa di sapere tutto (e magari lo sa), ma poi – accecato dall’ideologia o dal pregiudizio – nega addirittura l’evidenza dei fatti, dei filmati, delle intercettazioni giudiziarie, delle riprese dei satelliti militari puntati sul Mediterraneo, delle testimonianza del direttore di Frontex e dell’ammiraglio comandante dell’operazione internazionale “Sophia”, dai dati e dai numeri degli sbarchi prima e dopo il codice Minniti di autoregolamentazione delle Ong.

Oltre a sfidare i principi più elementari della logica. L’ultima “smentita” è arrivata sul sito del prestigioso settimanale Internazionale a firma di una giornalista solitamente informata sui fatti, Annalisa Camilli.

1) La Camilli scrive che il direttore del Fatto sarebbe “preoccupato che ‘decine di amici’ del suo giornale abbiano deciso d’indossare una maglietta rossa per aderire all’iniziativa lanciata con lo slogan ‘Fermare l’emorragia di umanità’ dal fondatore di Libera don Luigi Ciotti, dopo la chiusura dei porti alle navi delle ong e la morte di centinaia di persone davanti alla Libia”. E questo è falso: siamo così poco preoccupati che ci siamo detti “solidali” con tutti quelli che hanno aderito all’appello di don Ciotti a indossare la maglietta rossa per riportare i valori dell’umanità nel dibattito sull’immigrazione. Abbiamo però aggiunto che non si può, come fanno alcune “magliette rosse”, incolpare a questo o quel governo (libico o italiano) per i naufragi dei barconi carichi di migranti nelle acque libiche, per la semplice ragione che nelle acque territoriali di Tripoli le navi italiane e le imbarcazioni Ong non possono agire a loro piacimento senza coordinarsi col governo libico che ha la sovranità su quel tratto di mare. Gli unici colpevoli di quelle tragedie sono dunque gli scafisti.

2) Per smentire il legame, secondo noi “acclarato” e “rivendicato” tra alcune Ong e i trafficanti di esseri umani, la Camilli scrive che “le numerose indagini aperte dalle procure siciliane su presunti contatti tra scafisti (e non trafficanti) e navi umanitarie non hanno portato a nessun rinvio a giudizio”. La classica smentita che non smentisce nulla. Ci smentirebbe se avessimo sostenuto che sono acclarati i reati di alcune Ong. Ma noi abbiamo sempre detto il contrario: e cioè che alcune Ong, anche con le migliori intenzioni, favorivano oggettivamente il traffico di esseri umani da una sponda all’altra del Mediterraneo con i loro “contatti fattuali, non penali” con gli scafisti. Se un automobilista investe un pedone e lo manda all’ospedale con una gamba rotta, non è detto che l’abbia fatto apposta: ma, in attesa che un giudice stabilisca le responsabilità penali, si può dire che il pedone è ferito in un letto di ospedale, o per dirlo bisogna attendere il rinvio a giudizio o la condanna dell’automobilista? E se poi il giudice stabilisce che l’automobilista non aveva colpe, la gamba si aggiusta da sola o rimane fratturata? Un conto sono i fatti, acclarati fin da subito, un altro le valutazioni giudiziarie sulla loro rilevanza penale e sull’attribuzione degli eventuali reati a tizio o caio. Gli equipaggi delle navi delle Ong indagate potranno essere anche tutti assolti, ma se – come nel caso della Iuventa dell’organizzazione tedesca Jugend Rettet, e non solo – le indagini evidenziano contatti (per usare un eufemismo) con scafisti, quei contatti restano. Saranno magari rapporti in buona fede, a fin di bene, ma sempre rapporti con scafisti. Punto.

3) Se i filmati della Procura dimostrano l’arrivo sincronizzato dei barconi degli scafisti e della nave di qualche Ong, il trasbordo del carico umano dall’una all’altra, la restituzione prima dei motori e poi delle imbarcazioni agli scafisti, non c’è bisogno di rinvii a giudizio o di sentenze per dire che quei fatti sono avvenuti: ce n’è bisogno solo per dire che qualcuno ha commesso reati. Il che riguarderà i singoli responsabili: non noi, che siamo interessati soltanto a descrivere quel che accadeva e ancora in parte accade nel Mediterraneo, e a studiare il modo migliore perché certe prassi non si ripetano mai più. Non certo a mandare in galera qualche volontario (semmai, possibilmente, qualche scafista, se ancora si riesce a prenderlo) o a risolvere giudiziariamente un problema che è anzitutto politico e organizzativo. Per negare ciò che tutti possono vedere nei filmati e ascoltare nelle intercettazioni, la Camilli si arrampica sugli specchi: “La tesi della Procura di Trapani è stata messa in discussione, inoltre, dal gruppo di oceanografia forense Forensic Architecture della Goldsmiths”. Purtroppo i fatti sono più forti di qualunque gruppo di oceanografia e il negazionismo a tutti i costi, anche a quello contro l’evidenza, non porta da nessuna parte. Ed è molto ridicolo. Come se l’apostolo Tommaso, scettico per antonomasia, quando Gesù gli mostrò la piaga che aveva nel costato e lo invitò a toccarla, avesse risposto: “Già, ma chi mi assicura che quella ferita te l’abbiano inferta i soldati romani sulla croce, e non te la sia procurata tu per fare la vittima?”.

4) La Camilli argomenta che le Ong non hanno mai agito come “pull factor”, cioè come fattore di attrazione di migranti (incentivati a partire perché rassicurati dalla prospettiva di essere raccolti da navi internazionali invece che dalla Guardia costiera libica), anche se la quota di salvataggi da parte di imbarcazioni Ong è passata dall’1% del 2014 al 41% del 2017. Ma poi la stessa Camilli deve riconoscere che il numero dei morti dipende soprattutto dal numero di persone che partono, più che da quante navi sono in mare a salvarle. Matteo Villa, ricercatore dell’Ispi, citato dalla Camilli e da altri fact checking che contestano il Fatto, nega che sulla base dei dati si possa sostenere che le Ong incentivino i migranti a partire. Non si vede una correlazione tra la quota di persone salvate dalle Ong nei mesi precedenti e il numero di partenze. Un altro studio citato, quello della Università Goldsmiths a Londra, stima che il tasso di mortalità dei migranti in mare è maggiore quando ci sono meno barche delle Ong in azione (sarebbe bizzarro il contrario, peraltro). Il limite di queste analisi è che tendono a considerare la presenza o l’assenza di Ong come l’unico fattore rilevante, a parità di contesto. Mentre il contesto cambia parecchio e i morti in mare dipendono molto, per esempio, anche dalle condizioni atmosferiche alla partenza o da che tipo di barcone usano i trafficanti. Nessuno sostiene che dalla Libia i migranti partano soltanto perché confidano nelle Ong. Ma dopo la fine dell’operazione italiana Mare Nostrum, le navi europee hanno il mandato di tenersi molto più distanti dalle coste libiche e i trafficanti – come ha spiegato per primo il procuratore di Catania Carmelo Zuccaro – hanno smesso di spingersi pericolosamente (per loro, perché rischiavano l’arresto) a ridosso delle coste italiane o nelle acque internazionali: preferiscono abbandonare il loro “carico” umano vicino alle coste libiche.

5) Lo stesso Villa dell’Ispi ha chiarito che il modo più efficace per salvare vite in mare è ridurre le partenze. Cosa che è avvenuta nell’estate 2017 per effetto della strategia italiana gestita dall’allora ministro dell’Interno Marco Minniti. In quei mesi difficili Minniti ha stretto accordi con le tribù della Libia a Sud che controllano i territori da cui transita il redditizio flusso di migranti, poi ha sostenuto la Guardia costiera libica e ha cercato di convertire i trafficanti delle coste in guardiani che fermassero le partenze. Dietro congruo compenso. Questa linea ha comportato patti con personaggi poco raccomandabili come Ahmad Oumar Al-Dabbashi, che nel giugno scorso è stato anche sanzionato dall’Onu per il suo ruolo di “leader significativo” del traffico. Nell’ambito di questa strategia, al Viminale si erano convinti che per costruire un simulacro di sovranità in Libia, oltre a sostenere il fragile governo di Al Serraj a Tripoli, bisognasse ridurre le interferenze straniere in mare, riconducendo le Ong all’interno di una azione governativa. Come riportato dal Fatto, in base a intercettazioni telefoniche (non utilizzabili nelle inchieste delle Procure italiane), i servizi segreti si erano anche convinti che le Ong finissero per agevolare il lavoro degli scafisti.

6) I difensori a oltranza, senza se e senza ma, di tutte le Ong denunciano anche – giustamente – le condizioni dei campi in cui vengono tenuti i migranti in Libia, paese che non ha mai neppure ratificato la Convenzione di Ginevra sul diritto d’asilo. La pressione per il rispetto dei diritti umani è sacrosanta. Chi governa deve però anche considerare l’interesse nazionale. Che per l’Italia è avere una Libia stabile e unita, sotto il controllo di un governo amico a Tripoli che contrasti il traffico (e, sì, agisca da “tappo”). Mentre la Francia sostiene il generale Haftar che, dalla Cirenaica sta provando a spaccare il Paese in due, come dimostra il blitz con cui ha provato a prendersi i giacimenti di petrolio nella sua area. La rottura della Libia servirebbe agli interessi petroliferi francesi, ma sarebbe un disastro per l’Italia. Per arginare i flussi migratori, chi governa è costretto a fare compromessi. Nell’interesse non solo degli italiani, ma anche e soprattutto degli stessi migranti. Le battaglie ideologiche, come le magliette rosse, fanno bene alle coscienze. Ma non risolvono granché.

il Fatto Quotidiano 14.07.2018

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